De Angelis (Pd), il “pacchetto coesione” un buon risultato per l’Italia

People's mandala - 12 handsFrancesco De Angelis è un eurodeputato del Pd che aderisce al Gruppo dell’Alleanza Progressista di Socialisti e Democratici (S&D). E’ stato eletto per la prima volta al Parlamento europeo nel 2009 nel collegio “Centro Italia” ed è membro della Commissione per lo sviluppo regionale e della Delegazione per le relazioni con l’Albania, la Bosnia-Erzegovina, la Serbia, il Montenegro e il Kosovo. Nato in provincia di Frosinone, De Angelis è stato Consigliere regionale diverse volte e alle elezioni regionali del 2005 è stato il primo degli eletti del centrosinistra nel Lazio con ben 24.319 preferenze. Forte di questo successo è entrato nella Giunta regionale guidata da Piero Marrazzo come Assessore alla Piccola e Media Impresa, Commercio ed Artigianato. Al Parlamento europeo, De Angelis ha seguito con attenzione le discussioni sul futuro della politica regionale 2014 – 2020 ed ha difeso “il principio della flessibilità” per cui i fondi regionali potranno, d’ora in poi, essere spostati più facilmente da una voce ad un altra e da un periodo ad un altro.

Onorevole De Angelis, dopo l’accordo sul Quadro finanziario pluriennale la Commissione per lo sviluppo regionale di cui lei fa parte, ha approvato il “pacchetto coesione”. Come giudica il testo che passerà in aula in autunno?

E’ un testo positivo, perché notevolmente migliorato rispetto alla proposta iniziale della Commissione europea, soprattutto per quanto riguarda i criteri di flessibilità e le modalità di governance. Sul primo punto, la flessibilità, ci lasciamo alle spalle anni di iper-rigorismo sul piano delle procedure, agevolando la semplificazione delle norme e la possibilità di non disperdere le risorse impegnate, ma non spese. Per quanto riguarda i criteri di governance, il Parlamento europeo ha giocato una partita importante assieme al Comitato delle Regioni affinché i livelli regionali e locali siano pienamente coinvolti nella redazione dei piani strategici nazionali, che poi altro non sono se non la definizione degli obiettivi di medio-lungo periodo sui territori. Certo, come Italia non abbiamo segnato soltanto goal, tanto che non siamo riusciti ad inserire il patrimonio culturale e il turismo tra gli obiettivi tematici e le priorità’ di investimento per il 2014-2020. Ma un negoziato tra Europarlamento, Consiglio e Commissione complesso come quello sul futuro dei fondi per la coesione è per sua natura la ricerca di un compromesso tra posizioni e sensibilità diverse. E il ragionamento che ci ha guidati è stato quello di puntare prioritariamente su semplificazione, trasparenza e concertazione territoriale. Tre obiettivi raggiunti.

Quanto è importante questo pacchetto per l’Italia? L’”obiettivo competitività” era stato fortemente messo in discussione durante le negoziazioni iniziali. E’ dunque un successo per le regioni del centro Italia, che corrispondono al suo bacino elettorale?

Non è facile dire al momento chi vince e chi perde, perché il calcolo delle cifre e dei portafogli è ancora tutto ipotetico. Tra settembre e ottobre voteremo il pacchetto legislativo sul futuro quadro finanziario pluriennale, e solo allora potremo quantificare l’entità reale dei co-finanziamenti Ue paese per paese e regione per regione. Ma sul piano dei contenuti e delle priorità, che sono i fattori che determinano gli stanziamenti di bilancio, possiamo dire che in un quadro tendenzialmente molto negativo l’Italia ne esce tutto sommato bene. Si restringono le dotazioni di bilancio per le regioni meno sviluppate, ma comunque in maniera proporzionalmente inferiore ai tagli complessivi al bilancio 2014-2020 rispetto al budget 2007-2013. Le regioni economicamente più avanzate, e che quindi fanno da traino all’economia europea, non solo continueranno a ricevere risorse importanti, ma saranno sostenute nell’istituzione di nuovi partenariati con gli attori economici e sociali extra-Ue. Altre novità avranno probabilmente un impatto negativo sugli interessi complessivi dell’Italia, come ad esempio l’istituzione di una nuova categoria di regioni intermedie, che sottrae delle risorse ad alcune regioni del sud Italia e li concentra prevalentemente in regioni tedesche e dell’est europeo. Ma chi si occupa di politica di coesione sa bene che è una disciplina che deve essere di volta in volta riadattata alle necessità del tempo, tenendo conto delle variazioni di ordine sociale, economico, demografico, di necessità e opportunità politica e così via. La politica di coesione 2007-2013 non poteva rimanere la stessa anche per il prossimo settennato. Lo dico a ragion veduta, perché a criteri invariati rispetto a quelli attuali si sarebbe determinato un fortissimo sbilanciamento di fondi Ue a favore esclusivo di alcuni Paesi dell’est. Così, invece, pur non avendo ottenuto di congelare la politica di coesione del passato – attività per altro velleitaria – abbiamo gettato le premesse per la politica di coesione del futuro.

Uno dei temi su cui il Parlamento europeo si sta battendo è la condizionalità macroeconomica, ossia l’idea di legare l’erogazione dei fondi strutturali al rispetto del patto di stabilità? Perché siete contrari?

Le ragioni sono molteplici. Primo, non si capisce perché le regioni d’Europa da sole dovrebbero pagare il prezzo delle responsabilità macroeconomiche nazionali, che sono invece in capo ai governi centrali. Secondo, l’Europa ha bisogno di più crescita e meno austerità, ragion per cui noi puntiamo a ridurre i vincoli macroeconomici piuttosto che a incrementarli, come vorrebbe la Commissione europea assieme ai Paesi fautori dell’austerità economica. Terzo, di tante politiche dell’Ue, la politica di coesione è forse quella che è stata più efficace nel ridurre le disparità sociali ed economiche tra territori europei: subordinarla al rispetto dei parametri di finanza macroeconomica vuol dire trasformarla nel suo opposto, ovvero in uno strumento a vantaggio esclusivo di chi già viaggia con il vento in poppa. Abbiamo portato avanti questo punto di vista fin dall’inizio, e oggi è la posizione largamente maggioritaria nel Parlamento europeo. Ma vorrei anche dire che la battaglia contro il principio della condizionalità macroeconomica non qualifica tutta l’attività parlamentare di questi mesi. I negoziati a cui ho partecipato in qualità di uno dei 28 negoziatori del Parlamento europeo ci hanno dato filo da torcere con i rappresentanti dei governi nazionali anche sul tema della governance concertata con le regioni, dei meccanismi semplificati di esecuzione e valutazione dei progetti e degli obiettivi, della flessibilità nella scelta degli obiettivi tematici e delle priorità di investimento.A questo punto aspettiamo che la plenaria di Strasburgo dia il suo assenso, che è previsto per settembre o ottobre al più tardi, e la programmazione Ue 2014-2020 entrerà nella sua fase preparatoria ultima, quella dei piani strategici nazionali, e di quelli operativi nelle regioni e sui territori.

da Il Velino

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